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NOI LA
CIVICA

Tagliare o cucire?

Ogni volta che torna alla ribalta – e purtroppo accade molto spesso – il tema dei tagli alla sanità pubblica, è una ferita dolorosa che si riapre.

Le tabelle di raffronto fra i servizi sanitari pubblici del 2011 e quelli del 2021, sono in questi giorni sulla stampa e denunciano i tagli effettuati accanto all’aumento esponenziale dei servizi offerti dalla sanità privata. Che non vanno demonizzati, ma che sono il segnale chiaro che la domanda di assistenza e cura c’è, anzi aumenta, e così c’è chi si offre per fare “supplenza” a un sistema in disfacimento. Perché così è, oramai: i numeri sono spietati e lo dicono chiaramente. I disagi ci sono, sono da tempo diffusi in tutta la Regione e l’emergenza Covid li ha fatti appunto emergere in maniera eclatante.

I giornali titolano: “Boom delle cliniche private, Treviso è terza nel business veneto”. I centri medici – poliambulatori e laboratori trevigiani – sono passati da 38 nel 2011 a 138 nel 2021, praticamente un +363%. E in tutta la Regione sono nati ben 575 centri in più in 10 anni. Con l’Assessore alla Sanità che sulla stampa dichiara: “Il privato non si mangerà la sanità pubblica”. E ci mancherebbe altro!

Ma il problema è molto serio e sempre più sentito. Da qualche giorno sui TG regionali e sulla stampa è alla ribalta l’ospedale di Schiavonia, l’unico rimasto nella bassa padovana.  Con i Sindaci in fascia tricolore a manifestare con i cittadini il grande disagio di un servizio decurtato e carente e la sindaca di Monselice a implorare di smetterla di chiudere a causa della pandemia l’unico ospedale rimasto. Perché rischiano di vederlo per la terza volta diventare Covid Hospital e quindi di fatto chiuso a tutte le altre necessità del territorio. Di un territorio di quasi 200.000 abitanti, che aveva due ospedali, esattamente come la nostra ex ULSS 8, perché c’era un ospedale a Este e ce n’era un altro a Monselice. Due presìdi sanitari che sono stati sostituiti da un unico ospedale a Schiavonia.

Un ospedale nuovo, ma uno solo, come nella destra Piave dove è rimasto solo l’ospedale di Montebelluna: e quando si presentano criticità particolari, i conti fatti a tavolino dai nostri illuminati politici e funzionari regionali vanno tutti per aria. Perché quando Montebelluna si satura di pazienti Covid, tutto il resto viene rinviato o cancellato o disperso fra altre ULSS e altri ospedali. E a pagare siamo noi cittadini che rinunciamo a cure, esami, visite e ricoveri mettendo a repentaglio la nostra salute e le nostre vite. Ci sono i dati di questi giorni: 5.955 prestazioni sanitarie da recuperare fra visite specialistiche ed esami nella nostra ULSS 2 trevigiana, non è un dettaglio da poco.

Il Direttore Generale della Sanità veneta, Luciano Flor, contesta i sindaci padovani dicendo che lì non hanno fatto nulla di diverso da quello che hanno fatto nel resto del Veneto. Appunto. E i risultati sono questi. 44 Sindaci in fascia a manifestare il disagio dei loro concittadini, perché loro sono i primi responsabili della salute nel territorio e se le riunioni e le Conferenze dei Sindaci non bastano, si va a difendere anche pubblicamente un diritto sacrosanto all’assistenza e alla cura. 

Perché bisogna tener conto anche della storia di un territorio e delle sue necessità: e la storia della sanità in Veneto non era quella dei grandi ospedali. Era quella della sanità diffusa, capillare, dove i presìdi ospedalieri erano anche alla base di tanti servizi territoriali: non erano ASL, cioè Aziende Sanitarie, ma ULSS, cioè Unità Locali Socio Sanitarie, dove il SOCIALE era importante quanto il SANITARIO.

La Regione ha voluto fare scelte di cosiddetta razionalizzazione. Da molti ritenute sbagliate, e non per campanilismo ma per conoscenza sul campo dei problemi e delle situazioni. La riduzione delle nostre ULSS da 21 a 9, quale risparmio ha portato? L’Azienda Zero, voluta dalla Regione come unico centro di spesa per tutto il territorio regionale quale miglioramento ha portato? Quali risparmi? Sarebbe giusto sapere, per mettere sui due piatti della bilancia i pro e i contro, i vantaggi e gli svantaggi. E – se dovesse pesare di più il piatto dei costi che quello dei benefìci – allora un ripensamento con uno sguardo più attento alle necessità, soprattutto dei più deboli, diventa indispensabile. Forse, dopo tanto tagliare, bisognerebbe pensare a ricucire.

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