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NOI LA
CIVICA

UN ALTRO 25 NOVEMBRE

Ci risiamo, e questo 25 novembre è purtroppo segnato dall’ultimo femminicidio, crudele e sconvolgente. Un assassinio che ha scosso una volta di più le nostre vite e le nostre coscienze di “società civile” e di rappresentanti delle Istituzioni. Una morte violenta che ha riportato alla memoria il tragico epilogo del rapimento di una nostra giovane concittadina, Jole Tassitani, rapita e poi barbaramente uccisa dal suo rapitore nel dicembre di sedici anni fa. Perché ricordi come questi segnano una comunità, non si cancellano mai.

E oggi ci segna la morte di Giulia, ancor più giovane di Jole, fiduciosa nelle persone e nella vita di relazione che si crea nello studio come nelle nostre comunità ancora “a misura d’uomo”. Ma forse proprio ancora “a misura d’uomo”, non “a misura di donna, di ragazza, di bambina”. Questa ennesima morte violenta ci ha toccato in tanti, nel profondo, perché una vita stroncata così non ha giustificazioni e carica tutti di responsabilità. La partecipazione al flash-mob di domenica scorsa accanto alla Torre Civica di Castelfranco è stata una dimostrazione tangibile di presa in carico, perché è bastato il passaparola a far uscire di casa le persone, non sono stati necessari proclami o megafoni o bandiere. La responsabilità condivisa era sentita e sincera come le domande e le riflessioni che emergevano. Come erano sinceri lo smarrimento e l’incredulità, insieme al dolore e alla rabbia. “Io sono Giulia”, scandiva la dottoressa Catia Morellato che – dall’osservatorio dei Pronto Soccorso dei nostri ospedali – ben conosce la gravità del problema.

Scrivevo l’anno scorso:

“Il 25 novembre? La giornata contro la violenza sulle donne è stata voluta per portare all’attenzione un tema di cui si è cominciato a capire la portata con molta lentezza, incagliato e nascosto nelle dinamiche che sempre si manifestano quando si vogliono rimuovere o allontanare i temi scomodi, quelli che ci spiazzano o ci impauriscono. Come se il non parlarne li portasse piano piano a risolversi da sé. Un’autodifesa dalla paura di situazioni che in una società “pacifica” come la nostra non dovrebbero avere cittadinanza.

Ma poi… la società, le Istituzioni, hanno dovuto guardare in faccia la realtà. Una fotografia che racconta dolore e spesso orrore, che pone pesanti interrogativi sulla capacità delle nostre realtà democratiche di formare i cittadini, di trasmettere valori, di educare le nuove generazioni al rispetto reciproco, alla solidarietà, ai diritti e ai doveri di ciascuno, alla intangibilità di ogni essere umano. Sta tutto scritto nella nostra Costituzione Repubblicana, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, ma non riusciamo a leggere questi princìpi nel nostro quotidiano se il Presidente Sergio Mattarella denuncia anche oggi che “La violenza contro le donne è una aperta violazione dei diritti umani, purtroppo diffusa senza distinzioni geografiche, generazionali, sociali” (25 novembre 2022).

Ebbene, un anno dopo siamo alle stesse identiche considerazioni. C’è un freno a mano tirato che non si sblocca: e non si sblocca da decenni. Leggevo proprio in questi giorni la vicenda di Franca Viola, quasi mia coetanea, che nel 1965 veniva rapita dagli amici-complici del fidanzato respinto e poi stuprata da lui che, per riscattarla dalla vergogna della violenza subìta e “restituirle l’onore”, le avrebbe proposto il matrimonio riparatore. Da lei respinto con forza, sostenuta dal padre e dalla famiglia che avrebbe poi subito, per questo “sgarro”, ritorsioni, minacce e danni.

La voce di Franca, già allora, era risuonata forte e chiara: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce.”

Da quel lontano 1965 sono passati quasi 60 anni ma certe dinamiche resistono nonostante le leggi sulla parità di genere che per fortuna si sono susseguite e rafforzate. Nonostante Tina Anselmi che, Ministro del Lavoro, aveva previsto già a quel tempo la parità di salario a parità di ruolo, nonostante la legge Golfo-Mosca che impone le “quote rosa” alle società quotate in Borsa, nonostante i codici rossi, nonostante le scarpette e le panchine.

Vuol dire che non è bastato, vuol dire che non basta. E’ tornata fra le materie scolastiche l’Educazione Civica e si parla di introdurre in tutte le scuole, mi auguro di ogni ordine e grado, un numero di ore significativo da dedicare all’educazione al valore e al rispetto dell’altro, ai diritti e ai doveri. Mi auguro che una sezione importante riguardi l’uso responsabile dei social, uno strumento dalle potenzialità enormi e proprio per questo da maneggiare con cura e con regole stringenti. Mi auguro che in questi percorsi vengano coinvolte le famiglie che affidano i loro figli alla scuola ma che alla scuola non possono delegare l’educazione e la formazione degli uomini e delle donne di domani. Perché alla fine, quando una tragedia come un femmicidio o una violenza colpisce, non è solo la donna coinvolta che subisce, non è solo l’assassino che paga: alla fine la condanna a vita riguarderà tutti, la famiglia, la comunità, la società intera, nessuno escluso.

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